L’euro non è solubile nella crescita

Ben prima della creazione dell’euro, il canadese Robert Mundell aveva in effetti enumerato le condizioni di successo di un’unione monetaria. I suoi lavori gli valsero il premio Nobel nel 1999, ovvero precisamente l’anno del lancio della moneta unica. Secondo Mundell, una valuta condivisa da una zona geografica non è percorribile che in caso di mobilità di capitali e del lavoro, di flessibilità dei salari e dei prezzi, di cicli economici similari e di trasferimenti fiscali all’interno della stessa zona. Altrimenti detto, capitali ma anche lavoratori, dovrebbero poter viaggiare e stabilirsi nei differenti Stati membri dell’Unione. I prezzi dovrebbero essere in grado di abbassarsi se necessario e non soltanto d’aumentarsi. I membri di quest’Unione dovrebbero beneficiare allo stesso tempo di un’espansione della loro economia o subire insieme una contrazione. Infine, una solidarietà (idealmente automatica), dovrebbe permettere a certe regioni nella tormenta di ricevere dei sostegni finanziari da parte di un organismo creato a questo scopo, o da parte di un governo federale.

Ai giorni nostri, l’Unione Europea non dispone di alcune di queste carte vincenti, ciò che ne fa un’Unione poco percorribile, almeno secondo i criteri di Mundell, contrariamente agli Stati Uniti di cui la struttura permette di assorbire gli shock economici. Un disoccupato della Carolina del Sud è in effetti capace di trasferirsi in Texas, dove troverà un lavoro, mentre un greco difficilmente si trasferirà in Svezia, e viceversa ovviamente ! Eccetto la barriera della lingua e della mentalità, un Paese europeo sinistrato o che si trova a subire un forte rallentamento della propria economia, non riceverà inoltre alcun sussidio dalla sua amministrazione centrale, che gli permetta di passare il cap e di combattere vittoriosamente la sua recessione. L’unione in vigore negli Stati Uniti non funziona che grazie alla mobilità dei suoi impiegati, l’incessante flusso di capitali tra le zone ed i meccanismi automatici istituzionalizzati, capaci d’ammortizzare gli shock finanziari. In effetti, non contenta di queste mancanze “congenite” l’Unione Europea si rivela essere anche una macchina produttrice di bolle – ovvero di disequilibri – dipendente da un tasso d’interesse unitario condiviso tra più regioni e nazioni, che subiscono un tasso di cambio effettivo differente tra loro.

Nel contesto europeo attuale, l’euro agisce come tallone aureo, nel senso in cui gli aggiustamenti ed i necessari riequilibri – che non possono realizzarsi che attraverso l’andamento della valuta, che aumenterebbe il suo valore e si svaluterebbe – si formano esclusivamente attraverso la cinghia di trasmissione dei prezzi e dei salari. L’euro non è evidentemente convertibile in oro, ma comprime delle economie e produce della recessione. Il regno del tallone aureo si traduce in aggiustamenti sistematici nei confronti delle economie e valute più deboli, risparmiando i Paesi più forti.

Non è l’Europa periferica ad aver subito ed incassato tutti i disequilibri nel quadro della crisi dell’Europa attuale?

Ricordiamoci a questo scopo, del tallone aureo, che esercitava a suo tempo, una pressione più bassa su certe monete fragili, appartenenti a nazioni che subivano contrazioni economiche ed un alto tasso di disoccupazione, derivanti dalla procedibilità inerente alle indispensabili regolazioni interne. L’euro – come il tallone aureo – aggrava la situazione dei Paesi in recessione, scaturendo il fenomeno deflattivo. Non scordiamo mai che è il mantenimento del tallone aureo che doveva combattere efficacemente – o addirittura prevenire – la Grande Depressione ! E ricordiamoci ugualmente, che sono i Paesi che non ne facevano parte, o che ne sono usciti velocemente a suo tempo, che si sono ristabiliti per primi, o che se la sono cavata con delle perdite minime.

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