Maison Dior, una leggenda lunga 70 anni

Chiara Casamenti
Chiara Casamenti

È l’8 Ottobre 1946 quando Christian Dior apre il suo primo atelier a Parigi. Il suo amico imprenditore tessile Marcel Boussac – detto anche “il re del cotone” – aveva bisogno di sistemare i suoi filati dopo la Grande Guerra, durante la quale , a causa del razionamento delle materie prime, gli era stato impossibile produrre tessuti. E così, facendo di necessità virtù, Dior inventò il mitico New Look (espressione coniata da Carmel Snow, storica redattrice di ‘Harper’s Bazaar’) proprio per utilizzare più tessuto possibile in un solo abito.

Questa rivoluzione di stile fu presentata il 12 febbraio 1947, 70 anni fa, nei saloni al n° 30 di Avenue Montaigne. Una rivoluzione che stravolse la moda femminile: le spalle, da rigide, divennero arrotondate; gli orli classici si tramutarono in balze svolazzanti di seta e chiffon. La guerra era finita da due anni e Dior con la sua collezione intendeva salutare il passato e con esso, le restrizioni, la cupezza e le uniformi. Il suo sogno era restituire alle donne il gusto di piacere che tenevano nascosto.

A colpi di martello, lo stesso Dior rimodellò i manichini, inadatti a vestire le sue creazioni. Voleva infatti che gli abiti fossero modellati sulle curve del corpo femminile, sottolineando vita e fianchi e mettendo in evidenza il petto. I tessuti furono foderati di percalle o taffetà, riprendendo così una tradizione da molto tempo dimenticata. Le donne-fiore di Dior dovevano essere donne felici di mostrarsi.  Dopo anni di forzata semplicità, le donne venivano invitate a rimettere le crinoline, a imbottire i fianchi, a strizzarsi nei corsetti. E l’entusiasmo del pubblico, alla fine della sfilata, è alle stelle. Basta quel defilé – un’ora e 90 abiti – a creare una leggenda.

Dior, negli anni successivi, inventò molte altre linee, fino alla sua morte improvvisa per infarto il 24 ottobre 1957 durante un soggiorno a Montecatini Terme. Solo pochi mesi prima, il Time lo aveva messo in copertina – prima volta per uno stilista – per quella sua impresa epocale: riportare la gioia nel modo di vestirsi al femminile, dare alle donne esattamente quello che volevano ancora prima che lo chiedessero.

A Dior sono succeduti negli anni Yves Saint Laurent, Marc Bohan, Gianfranco Ferré, John Galliano, Raf Simons e – dal 2016 – Maria Grazia Chiuri, prima donna in una dinastia di uomini.

L’idea originale, però, è sempre rimasta intatta. Offrire al pubblico un immaginario incantato ed una visione desiderabile della realtà, a prescindere dal momento storico o dal creatore. Ma 70 anni non sono un’inezia, com’è sopravvissuta nel tempo la celebre Maison Dior? «Christian Dior era molto intelligente», riflette Katie Somerville, capo curatore Textile della National Gallery of Victoria, il museo di Melbourne che dal 27 agosto fino al 9 novembre ospiterà la mostra The House of Dior: Seventy Years of Haute Couture, una raccolta degli abiti più importanti della maison, dalla prima collezione sino alla haute couture di Maria Grazia Chiuri presentata nemmeno un mese fa. «Era un genio della couture e un ottimo businessman: fu il primo a puntare sulle licenze oltreoceano, risolvendo così il problema dei vestiti copiati e rivenduti a prezzi più bassi e a comprendere che si poteva attrarre il pubblico meno abbiente attraverso collant, occhiali, profumi. Il suo era un lifestyle ante litteram: in questo modo la sua visione è rimasta intatta, e la popolarità è salita».

“La reazione di chi si trova davanti a uno dei capi storici della maison è sempre la stessa, non importa quanto ne sappiano di couture: restano incantati, più che dal vestito in sé, da ciò che rappresenta”, dice Soiciz Pfaff, da 20 anni Heritage Director da Dior. “Tutti sanno cosa sia il “New Look” e vedere dal vero il tailleur Bar (composto da una giacca in shantung naturale a falde arrotondate e da una gonna a corolla plissettata di lana nera), tanto per fare un esempio, è una rivelazione”. È questo senso di meraviglia il patrimonio che i designer succedutisi nel tempo hanno dovuto preservare. E il fatto che siano stati creativi diversi tra loro non ha fatto che amplificare il carisma del marchio: al di là di gusti e sensibilità, il vero credo di Dior era l’arte di far felici le donne, ed è quello su cui tutto si concentra anche oggi.

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