L’Unione Europea alla ricerca del “suo” modello di intelligenza artificiale

Daisy Boscolo Marchi
Daisy Boscolo Marchi

Tante, troppe parole vengono spese dalla Governance Europea sul tema dell’Intelligenza Artificiale con il paradosso che in moltissimi ancora non ne capiscono il significato e l’importanza. E anche i Governi dei singoli Stati Membri, ne parlano in maniera confusa, senza alcuna lungimiranza. Ecco perché questo approccio tipico del vecchio continente potrebbe costarci caro.

La sensazione è sempre la stessa: il vecchio continente sembra non riuscire proprio nella sua operazione di “restyling” e rimane indietro rispetto ai suoi concorrenti in quelle che saranno le sfide di domani, in particolare quella dell’Intelligenza Artificiale (IA). L’Europa è un continente che durante e dopo la crisi non ha fatto altro che parlare di pareggio di bilancio, austerity e rigore, ed i risultati si vedono: le economie degli Stati Membri si presentano terribilmente impreparate a questo fenomeno che aimè, non è alle porte, ma è già entrato nel nostro mondo (che ci piaccia o no) globalizzato. Ecco perché, faremmo meglio a lavorare e a preparare un piano di investimenti per gestire questo fenomeno che rischia a breve di modificare impetuosamente le nostre vite: questo, mentre stiamo ancora cercando la definizione precisa da dargli. Eppure non sembra ci vogliano doti particolari per comprendere la strada da percorrere: meno dibattiti dottrinali e più investimenti. In effetti, definire l’intelligenza artificiale come “una disciplina che permette ad un sistema tecnologico di risolvere problemi o svolgere compiti e attività tipici della mente e dell’abilità umana”, racchiude tutta l’unicità e l’impatto di tale fenomeno. Non resta che agire.

Una presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica rispetto alla complessità del fenomeno pare ci sia: secondo un sondaggio di Ipsos in Francia realizzato per PwC, il 98% dei francesi sarebbe cosciente del fatto che la digitalizzazione avrà un ruolo cardine nel futuro. In Italia, il dibattito pubblico di questi ultimi giorni sulla robotica e sull’incognita rispetto ai posti di lavoro che questa metterà in pericolo, dimostra che la preoccupazione c’è. Certo è che la soluzione non dovrebbe essere una reazione isterica anti intelligenza artificiale: come in ogni campo, il progresso non si ferma e se l’Europa non coglie questa sfida/opportunità, lo farà qualcun altro. Anzi, lo stanno già facendo.

Sorge spontaneo chiedersi chi sono i campioni in ambito di intelligenza artificiale. Neanche a dirlo, sono due paesi in cui sicuramente non si parla quotidianamente di austerità, paesi noti per i loro investimenti massicci nel campo della digitalizzazione. Insomma, parliamo (ancora una volta) di Stati Uniti e Cina. Questi due colossi, hanno saputo gestire il fenomeno sin dalla sua nascita (quando ancora in Europa non si riusciva a pensare ad una intelligenza che potesse essere “artificiale”) sfruttando la loro capacità di mettere in moto massicci investimenti: questa lungimiranza gli permette oggi di godere dei suoi frutti. La storia dell’Europa è tutt’altra: sempre impegnata a combattere i nazionalismi, nella sua azione manca l’omogeneità e la sagacia di 27 paesi che, ancora oggi, non riescono a capire che da soli sono destinati ad un lento declino. La Commissione Europea, che sembra stia cominciando a recepire il messaggio, promette di stanziare nei prossimi anni 23 miliardi per la ricerca, di cui 1 per l’intelligenza artificiale: meglio di niente, ma forse troppo poco. Certo, il fatto che la Commissione cominci a spingere per gli investimenti in tema di IA è sicuramente una nota positiva; certo è che questi investimenti da soli non bastano, e devono essere accompagnati non solo da investimenti pubblici dei singoli Stati, ma anche da investimenti privati. Per questo, la sensibilità dell’opinione pubblica è, in questa battaglia, di importanza fondamentale.

Stando così le cose, può l’Europa trovare il suo spazio e la sua opportunità di successo? Sarà difficile, ma la risposta è si. Sarà difficile perché all’Europa non basterà “copiare” cinesi e americani, creando un proprio “Amazon” o “Alibaba”, ma dovrà reinventarsi, senza rinnegare i suoi valori cardine: il sostegno alla libera concorrenza e al tempo stesso, l’attenzione per l’individuo.

Continuare a dominare la tecnologia

La tecnologia deve continuare ad essere al servizio dell’uomo, come lo è stata fino ad ora. Il timore per la tecnologia in un mondo globalizzato è privo di ogni senso, e può portare il nostro continente ad una nefasta arretratezza. Mi pare evidente che rispetto al problema dell’IA, l’Europa debba cambiare nettamente attitudine: senza l’uomo, la tecnologia semplicemente non esisterebbe, il che significa che questa stessa avrà il potere di “renderci schiavi” solo con il nostro consenso. La tecnologia non è né buona né cattiva in sé, ma è uno strumento eccezionale. Uomini e tecnologia oggi sono complementari. Dire che le macchine possono aiutare gli umani a svolgere alcune operazioni più velocemente e con maggiore precisione, può spaventare in termini di impiego e di mercato del lavoro. Ci sarà sicuramente bisogno di riconversioni professionali e di personale altamente qualificato in modo che gli uomini possano concentrarsi su ciò che queste macchine non conoscono e non potranno mai fare. Usare le nostre macchine, svilupparle senza sosta e usarle coscientemente, in realtà può portare un numero molto elevato di posti di lavoro. Questo richiederà anche un cambiamento nei sistemi di educazione nazionale dei vari Stati Membri, alcuni dei quali necessitano di una formazione che sia più pratica e meno teorica, idonea alla formazione di talenti da immettere nel mercato del lavoro, già con solide competenze. Un lavoro che richiederà un grande sforzo in alcuni Stati Membri, come l’Italia, dove troppo spesso manca la possibilità per gli studenti di immergersi nel mondo del lavoro (qualificato) fin dai primi anni della scuola superiore. Ma anche in Francia, l’educazione al digitale è percepita come insufficiente: secondo il sondaggio Ipsos per PwC, il 66% dei francesi crede che le scuole (asili, scuole primarie, college e scuole superiori) non formino abbastanza giovani per il digitale.

Il mondo di domani: etica e flessibilità

Nel mondo dell’IA, formare i talenti non basterà: andranno conservati, riqualificati, adattati ai cambiamenti rapidi. Non si tratta solo di offrire stipendi adeguati o predisporre piani di carriera a lungo termine. Detto ciò, la gestione dell’IA in Europa dovrà basarsi sui propri valori, per distinguersi dall’approccio di Cina e Stati Uniti, senza scrupoli: un mercato più etico, trasparente e protettivo per i dati personali. Non si tratta del mondo delle favole, e sicuramente a mio avviso la normativa Gdpr, va nel senso giusto: è vero che la privacy va a discapito del business, ma è altrettanto vero che ogni sistema politico debba scegliere i valori che vuole incarnare e il sistema che vuole promuovere. L’Europa, nonostante tutto ciò che si dica, ha una cultura troppo attenta rispetto all’individuo e alla sua privacy per permettere un uso spietato dei dati personali. È innegabile: in Cina sono disponibili più dati; questo non significa automaticamente che l’Europa debba per forza essere perdente in questo settore. Ed è per questo che la Governance Europea devono lavorare ad un modello alternativo. Tutto sommato, potremmo riscoprirci contenti di non vivere in un sistema come quello cinese…

La sfida dell’IA richiede, paradossalmente, al tempo stesso realismo e ottimismo: il realismo sta nel prepararsi ad uno shock che sarà inevitabile e radicale in molti settori dell’economia. Oggi probabilmente non conosciamo almeno la metà dei nuovi lavori che verranno richiesti nei prossimi anni e altri lavori sicuramente scompariranno. Ma se c’è una sfida che l’Unione Europea deve assolutamente vincere, ed in particolare quei sistemi che chiamiamo romanici (Francia e Italia per prime) è quella dello sviluppo di una cultura della flessibilità e dell’adattamento ai cambiamenti. Dobbiamo smettere di pensare alla flessibilità come sinonimo inequivocabile di precarietà. Una persona flessibile in ambito lavorativo è una persona malleabile, polivalente, capace di partecipare a più stadi della vita aziendale e di risolvere problematiche trasversali. La flessibilità deve essere affrontata con l’ottimismo di chi ama riscoprirsi ogni giorno. La flessibilità è ciò che ci chiederà la storia. E la storia, non si ferma e non si comanda.

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