L’economia della paura

La funzione essenziale dei tassi di interesse è quella di remunerare i capitali o, al contrario, di frenare gli entusiasmi spingendo alla frugalità. Fino ad oggi, il risparmio è stato canalizzato verso dei conti il cui rendimento era superiore al tasso di inflazione, poi captato da progetti e investimenti vari, dall’acquisto di una casa, alla creazione di un’azienda all’investimento nei settori produttivi dell’economia. La riduzione dei tassi di interesse aveva una funzione sottile che consisteva a prevenire o, almeno, ad ammortizzare le recessioni.

Questa abbassamento ha favorito la spesa e l’investimento contro un risparmio che logicamente avrebbe portato molto meno. Il rilancio della crescita rispondeva in questo modo – quasi meccanicamente – all’appello poiché sia i grandi investitori che i piccoli risparmiatori si trovavano penalizzati dal conservare i loro soldi su dei conti a rendimento molto basso.

I fondamentali di un’economia sana richiedono in effetti un tasso di risparmio che non sia nocivo agli ingranaggi dell’economia e quindi dei meccanismi (come i tassi di interesse) che scoraggino il risparmio e che, invece, incoraggino i prestiti – e quindi l’investimento – tramite la cinghia di trasmissione di tassi di interesse che siano motivanti per il debitore.

Visto che il risparmio non promette affatto la crescita, non esiste alcuna ragione economica – ma solo ragioni morali ! – per praticare delle politiche pubbliche di rigore o semplicemente frugali in un periodo, come quello che stiamo vivendo e che subiamo quotidianamente, in cui i tassi sono nulli. Di fatto, un tasso di interesse e un tasso di inflazione allo stesso livello denotano una congiuntura nauseabonda in cui la società viene inondata di capitali che non saranno evidentemente remunerati. La frugalità diventa così un handicap profondo dal momento in cui l’economia produttiva viene emarginata, e la disciplina di bilancio diventa automaticamente antisociale !

Eppure, a dispetto di tassi in grado di toccare o addirittura sfondare lo zero, le nostre economie raggiungono oggi degli estremi in cui il risparmio e la liquidità non apportano neanche alcun profitto all’economia, nei confronti di e contro banche centrali che tentano di inondare gli investitori per forzarli all’investimento. Eh già! Il denaro fa a volte molto fatica a circolare e preferisce transitare su dei conti – o anche sistemarsi in obbligazioni di Stato – dal rendimento negativo. Ci ritroviamo dunque in un universo surrealista in cui le banche – affogate letteralmente dai liquidi sia da parte dei risparmiatori che da parte delle banche centrali – non svolgono più il loro compito di trasmissione.

Un universo in cui i bilanci delle imprese traboccano di liquidità inutilizzate. Un universo in cui si preferisce usare questa gigantesca tesoreria per ricomprare le loro stesse azioni e per distribuire i dividendi.

Evoluiamo quindi attualmente in un mondo che sta affondando sotto i capitali ma che offre paradossalmente ben poche opportunità di investimento. In breve, al di là – e ben al di là – del paradosso della frugalità e dell’eutanasia di coloro che vivono di rendita, come descritti da Keynes, il nostro contesto generale contemporaneo è sopratutto segnato dalla paura.

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