Italia : « Insieme o Arrivederci Europa ? (Ensemble ou Au revoir l’Europe ?) »

Marc Touati, economista, presidente fondatore dello studio ACDEFI

Il 5 maggio 1990, l’Italia ha vinto il concorso Eurovision della canzone, con un brano di Toto Cotugno, intitolato “ Insieme : 1992 ”, che metteva in risalto la creazione dell’Unione Europea nel 1992, rimpiazzando la CEE. Il ritornello era senza equivoci: “ L’Europa non è lontana – c’è una canzone italiana per voi – Insieme, unite, unite, Europe”, che in francese significa: “ L’Europe n’est pas loin – il y a une chanson italienne pour vous – Ensemble, unis, unis, Europe”. Diciotto anni dopo, gioco forza è di constatare che l’infatuazione europea italiana, è cambiata. Di conseguenza, il nostro vicino transalpino, si è appena dotato di un governo estremista, euroscettico, addirittura eurofobico, che preferisce piuttosto far da sé, che giocare europeo. Certo, nel nuovo “contratto di governo”, il Movimento 5 Stelle e la Lega hanno soppresso le loro promesse elettorali di messa in discussione del euro e del annullamento di 250 miliardi di euro del debito pubblico italiano, detenuto dalla BCE. Yeah !

Eppure, i nuovi dirigenti italiani si augurano di ritornare alla situazione che prevaleva giustamente prima del 1992 ! Toto Cotugno torna in auge ! Sono diventati pazzi ! In effetti, il nuovo Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e tutti quanti, vogliono riformare le PAC (Politica Agricola Comune), al fin di garantire la “sovranità alimentare” del Paese, il tutto rinegoziando le direttive per la pesca. Si augurano di rinegoziare la contribuzione finanziaria dell’Italia, e ridurre il campo di competenza dell’UE. Sempre ben lontana dall’unità europea, l’Italia si augura di avvicinarsi economicamente e politicamente alla Russia, e richiede fin d’ora la rimozione delle sanzioni imposte a quest’ultima, sottolineando che la politica estera italiana sarà basata essenzialmente sul “interesse nazionale, sulla sua promozione a livello bilaterale, e multilaterale”. Arrivederci Europa !

Infine, il nuovo governo reclama che i titoli di Stato dei Paesi membri acquistati dalla BCE, fuoriescano dal calcolo del rapporto tra il debito pubblico ed il PIB, in sorta da poter aumentare nuovamente la spesa pubblica, senza che ciò appaia nelle statistiche officiali. Bastava pensarci ! Ed è esattamente qui che risiede il principale problema economico del programma italiano : le sue misure “di rilancio” (abbassamento delle tasse, aumento delle pensioni, creazione di un reddito minimo “di cittadinanza” di 780 € mensili a persona, investimenti pubblici…), non sono assolutamente finanziati. Altrimenti detto, ora che ha raggiunto il 132 % del PIL fine 2017, è chiaro che la spesa pubblica italiana va ancora ad innalzarsi.

Ciò che è veramente un peccato, è che l’Italia effettua numerosi sforzi da una ventina d’anni, ad ogni modo, molto più che la Francia. Così, dal 11,1% del PIL del 1990, il suo deficit pubblico è stato considerevolmente ridotto, raggiungendo addirittura 1,3% nel 2000, e solamente il 5,3% nel 2009, nel momento più forte della crisi, per riscendere nuovamente al 2,3% nel 2017. Contemporaneamente, il saldo strutturale dei conti dello Stato italiano (ovvero, esclusi gli effetti legati alla congiuntura), è passato da -12,4% del PIL nel 1990, a -0,8% nel 2015, per assestarsi a -1,5% nel 2017. Infine, il saldo primario italiano (escluso il peso degli interessi sulla spesa pubblica), è in eccesso quasi ininterrotto dal 1992, raggiungendo l’1,7% del PIL lo scorso anno. Altrimenti detto, l’Italia non deve il suo deficit pubblico e l’essenziale delle sue difficoltà, che al pagamento degli interessi sulla spesa pubblica. Da ricordare, che in materia di indebitamento eccessivo, gli errori del passato si pagano lungamente. D’altronde, per raggiungere questi risultati, l’Italia ha dovuto effettuare degli sforzi considerevoli, aumentando la sua ricetta fiscale, ma soprattutto riducendo la spesa pubblica, di cui il peso sul PIL è passato da un apice del 57,5% nel 1993, ad un livello di circa il 46% dal 2000 al 2007, prima di stabilizzarsi intorno al 50% tra il 2008 ed il 2016, per infine, ritornare al 48,6% nel 2017, ovvero 8 punti percentuali in meno che in Francia.

Purtroppo, questi sforzi hanno pesato anche negativamente sulle attività economiche. Così, dal 2002 al 2013, la variazione annuale del PIL è stata del -0,2% (contro una media della zona euro del +0,9%). Conseguenza logica di questo decremento, il tasso di disoccupazione ha ripreso un cammino verso il rialzo, passando da un livello del 6% nel 2007, a più del 12% tra il 2013 ed il 2015. Certo, dopo l’estate 2015, la situazione si migliora, ma il livello attuale del PIL è ancora 5,5% lontano dal suo livello precedente la crisi (ovvero del primo trimestre del 2008). Allo stesso tempo, a dispetto di un leggero abbassamento, il tasso di disoccupazione resta troppo alto, ed era ancora del 11% al primo trimestre 2018, (32,1% per i minori di 25 anni). È d’altronde a causa di questo livello di disoccupazione strutturalmente forte, che molti italiani sono giunti a voti estremisti, diventando per la stessa ragione anche suicidi.

Poiché, non dimentichiamoci, che i crediti nelle banche italiane si avvicinano a 300 miliardi di euro. Cosa vanno a diventare quest’ultimi, in caso di nuova crisi politica? Parallelamente, a dispetto di tutti i suoi sacrifici, l’Italia è sempre relegata a rango di Paese pericoloso. La nota della sua spesa pubblica non è valutata che Baa2 (secondo l’estimazione di Moody’s), ed i tassi dei titoli obbligazionari a dieci anni sono ripartiti al rialzo da 10 giorni. Sono passati così da 1,7% in aprile scorso, ad ormai 2,4%. È certamente sempre molto meno del 7% di inizio 2012, ma sempre molto per permettere all’Italia di invertire la spirale al rialzo della spesa pubblica, considerando che il suo PIL resta fragile e che l’innalzamento dei tassi a lungo periodo, suscitati dal nuovo governo, rischia di generare un nuovo abbassamento dell’attività nel corso dei prossimi trimestri. Ora, già che la crescita in valore è insufficiente per compensare il peso annuale degli interessi sulla spesa pubblica (circa il 4% del PIL ogni anno), ed anche se la BCE distribuisce della “morfina” senza contare, l’uscita definitiva della crisi della spesa pubblica resta impossibile.

Ecco perché l’Italia è in pericolo. Ed insieme a lei, l’insieme della zona euro. Poiché noi non ci illuderemo : una nuova crisi sarebbe ben più devastatrice che le molteplici crisi greche tra il 2010 ed il 2015. Non solamente poiché il PIL rappresenta il 15,4% del PIB della zona euro (contro l’1,6% di quello Grecia), ma anche perché la spesa pubblica italiana è pari a 2 263 miliardi di euro, contro 356 miliardi di euro di quella della Grecia nel 2011 (ed ancora 317 miliardi di euro ad oggi). In altri termini: l’estate sarà calda per la zona euro.

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