Far appello ad una politica delle grandi opere franco-italiane: a quando la rivincita della “piena occupazione” ?

Al di là delle considerazioni politiche spicciole e degli indugi partigiani, questo dibattito è stato portato avanti solo in modo teorico, e questo sia in Francia che in Italia. Perché i nostri eletti, dalle due parti delle Alpi, che pure frequentano i saloni dei grandi timonieri dell’Industria, del Commercio e dell’Alta Finanza, non fanno appello con veemenza al loro 1senso di Stato per tentare di convincere i capi del « CAC 40 » e quelli del « Ftse MIB » a promuovere una politica di grandi opere finanziata da fondi privati?

Certo, entrambi i governi, francese e italiano, hanno recentemente preso altre misure pratiche con la stessa ispirazione, ma troppo spesso di carattere omeopatico. Ed in questo modo non è stato possibile adottare una legislazione di insieme con lo scopo di ripristinare con forza ed efficacia la piena occupazione. Eppure sono 30 anni che i governi che si succedono a Parigi come a Roma attuano diverse politiche per l’occupazione, ispirate a volte dall’analisi liberale, a volte dall’analisi keynesiana. I risultati sono sempre stati mediocri e ciò rimette in discussione le premesse e i dogmi di queste teorie.

Dimentichiamo dunque l’opposizione delle teorie economiche poiché oggi ci troviamo in una situazione di estrema urgenza e le spiegazioni congiunturali o strutturali delle une e delle altre devono essere oltrepassate. La disoccupazione – a dirla tutta – non può considerarsi come una fatalità. E la recessione neanche !

Nel contesto di crisi delle economie francesi e italiane, un coordinamento delle politiche economiche diventa – di fatto – più che indispensabile al fine di generare delle sinergie e anche delle economie di scala. In due, come dice il vecchio adagio, saremo sempre più forti.
In fondo, si tratta di ristabilire con urgenza, dopo aver loro ridato una certa gerarchia, gli obiettivi di equilibrio macroeconomici che noi tutti ben conosciamo e soprattutto quello della crescita della produzione, del ritorno alla piena occupazione, dell’equilibrio esterno, e dell’equilibrio di bilancio senza d’altra parte dimenticare quello ben inteso della stabilità dei prezzi. E proprio perché i tassi di interesse non sono mai stati tanto bassi in Europa, una politica di rilancio concertata tra Parigi e Roma e accompagnata al lancio di grandi progetti di infrastrutture, ci sembra tanto auspicabile quanto opportuna.

Questa politica di rilancio « industriale » organizzata intorno alla creazione di aeroporti regionali, di linee di tram, di autostrade e strade a scorrimento veloce, di centri ospedalieri, di opere infrastrutturali, di discariche di nuova tecnologia, di campi eolici ed altri progetti legati alle applicazioni commerciali nel settore delle energie rinnovabili, permetterà di accordare una vera e propria priorità all’occupazione. Non confondiamoci, questa strategia non ha alcuna ispirazione di tipo « socialista » anche nel caso in cui le misure prese siano prese dallo Stato francese e dallo Stato italiano.

Per dirla altrimenti, le iniziative a Parigi e a Roma sarebbero di certo incoraggiate o anche iniziate dallo Stato. Tuttavia, uno Stato minimale che naturalmente non intralcerebbe né la libertà d’impresa né il funzionamento del mercato e quindi della concorrenza. Uno Stato, quindi, « interventista » all’inizio, poiché si tratta di rilanciare la domanda effettiva e la crescita grazie alle Grandi Opere, ma con l’intento di insistere sulla base bene intesa di progetti di infrastruttura finanziati da fondi privati. E dei progetti che sarebbero rigorosamente selezionati per il loro valore aggiunto, sia economico che sociale, e che dovranno naturalmente rispondere ai più rigidi canoni dell’ortodossia finanziaria.

Quindi non si tratterebbe di aggravare ulteriormente i bilanci pubblici con altre spese. Questa strategia di rilancio, al contrario, sarebbe di ispirazione puramente liberale. Attuata in un contesto di disoccupazione e di recessione importante, permetterebbe a mettere in circolo dei fondi privati destinati al finanziamento di Grandi Opere di Infrastruttura, di quelli sopra menzionati sia in Francia che in Italia. E tutto ciò sarebbe naturalmente coadiuvato da incentivi sul piano fiscale.

Iscritta in una prospettiva a lungo termine, questa politica di rilancio agirebbe in maniera vantaggiosa sulle strutture fondamentali delle nostre due economie minate dai deficit pubblici e da una disoccupazione di massa ormai da più di un quarto di secolo. Le grandi aziende francesi e italiane ne raccoglierebbero rapidamente i frutti e questo gioverebbe allo stesso modo a azionisti e impiegati. Ma anche per i subappaltatori.

Verrebbero creati migliaia di nuovi posti di lavoro dal giorno all’indomani. In questo modo, la competitività della « coppia franco-italiana » animata da una convergenza di interessi e da un’identica concezione dell’economia potrebbe dare grande slancio alla crescita grazie agli effetti benefici di questa politica proattiva di Grandi Opere. Da parte mia, non esiterei ma sottolineare che si tratterebbe di un bel progresso, a condizioni che questa politica nega messa in atto con dei precisi criteri di responsabilità da parte delle aziende e degli istituti bancari. E a quel punto, non mi dispiacerebbe neanche constatare la lezione di storia economica offerta all’Europa «tecnocratica»!

Dopotutto, è un’idea banale quella di osservare che, nel XIX° secolo, per mettere in marcia i motori della crescita, ci fu proprio una prevalenza dell’iniziativa privata, benché lo Stato avesse fornito da parte sua un certo « inquadramento » e più agevolazioni di quelle che oggi si possano immaginare. In questi tempi difficili, dalle due parti delle Alpi, in un contesto in cui non è da escludere uno stallo della recessione economica, sta alle politiche e allo Stato incoraggiare la crescita motivando ulteriormente il settore privato verso una politica di rilancio di Grandi Opere di infrastruttura creatori di valore aggiunto, di occupazione e di ricchezza azionaria.

È esatto affermare qui che si impone un coordinamento illuminato, per non dire una « fratellanza » , in modo che le attività pubbliche e private si compenetrino maggiormente. A Parigi, come a Roma, costatiamo ogni giorno di più l’urgenza di intraprendere un cammino comune in seno all’Europa per uscire dalla crisi e forse anche, nello slancio, di liberarsi di un modello economico e sociale globalmente in avaria.
Speriamo di saper approfittare di questa opportunità !

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